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Aldo Manuzio: dieci intermezzi tipografici
Mostra virtuale di dieci aldine della Biblioteca Nazionale Marciana
Aldo Manuzio (Bassiano 1449-1452-Venezia 1515) fu l’inventore della figura dell’editore. Prima di lui la stampa aveva conosciuto l’avvicendarsi di numerosi stampatori, alcuni molto esperti e innovativi, ma del tutto inedite furono, e apparvero immediatamente anche ai contemporanei, l’ampiezza, la natura etica e la rete di collaboratori del programma che Aldo mise in piedi in vent’anni di attività della sua bottega, dall’esordio del 1495 con gli Erotemata di Constantino Lascaris sino al De rerum natura di Lucrezio del gennaio del 1515, uscito a breve distanza dalla sua morte, sopraggiunta il 6 febbraio dello stesso anno.
Aldine marciane, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, 2015.
A conclusione del lungo omaggio che la Marciana ha voluto rendere al grande editore del Rinascimento con cui Venezia, già capitale del libro a stampa, divenne un luminoso esempio di innovazione e genio, la Biblioteca vuole offrire attraverso questa mostra virtuale un piccolo ma significativo campione della propria collezione: 130 edizioni uscirono dalla stamperia di Aldo in associazione con Andrea Torresano; di queste la Biblioteca Marciana ne conserva ben 107, testimoniate in 156 esemplari.
Per l’occasione sono state scelte ed illustrate dieci realizzazioni aldine, presentate secondo l’ordine cronologico di stampa. Il commento è incentrato sugli autori dei testi, sul contributo di Aldo alla specifica realizzazione editoriale e tipografica e infine sulla storia degli esemplari marciani con utili rinvii all’archivio dei possessori presente nel sito della Biblioteca. La descrizione short-title rinvia attraverso link alla scheda dettagliata presente nell’Opac. Si potranno inoltre sfogliare le dieci aldine presentate nella loro interezza.
La mostra è stata curata di Tiziana Plebani, la realizzazione sul web è di Donatella Benazzi con il supporto di Bazzmann Srl, le schede sono state redatte da Orsola Braides, Saida Bullo, Elisabetta Lugato, Susy Marcon, Maria Grazia Negri, Tiziana Plebani, Elisabetta Sciarra; le riproduzioni fotografiche sono state effettuate da Paolo Emilio Pizzul mentre altre provengono dalla teca marciana.
Aldo Manuzio, Institutiones grammaticae, Venezia, Andrea Torresani, 1493.
Nelle Institutiones grammaticae Aldo Manuzio metteva a punto l’esperienza accumulata durante la sua lunga attività di maestro, come riferiva nella lettera dedicatoria ad Alberto Pio di Carpi con cui si apre il libro, ricordando i sei anni e più di insegnamento rivolti a lui e al fratello con «summa fide curaque.» Confidava di essere pervenuto a tale testo dopo aver composto fragmenta, ovvero delle esercitazioni sulla grammatica greca e latina e altre opere utili allo studio che presto sperava di poter fare uscire con le dovute revisioni. La grammatica greca di Aldo apparirà però solo postuma, nel novembre del 1515, curata da Marco Musuro. Le Institutiones non erano tuttavia la prima opera di Manuzio che veniva consegnata alla stampa: tra il 1489 e il 1490 era stato infatti stampato a Venezia da Battista de Tortis il breve poema Musarum Panegyris, dedicato a Caterina Pico in cui Aldo esponeva in rima i suoi metodi didattici. Si trattò di un’occasione per conoscere l’ambiente delle tipografie lagunari e stringere la relazione più importante per la sua carriera di editore, quella con il tipografo e libraio Andrea Torresano, dalla cui officina sortivano, come è ormai attestato dagli studi, le Institutiones nel marzo del 1493, come si evince dal colophon che recita: «Impressae Venetiis summa diligentia, septimo Idus Martias MCCCCXCIII».
Se già nella dedica – in cui si firmava ancora Aldus Manucius Bassianas – affermava di essersi deciso a pubblicare l’opera per le continue sollecitazioni che aveva ricevuto, alla fine del testo precisava di essere stato spinto dalla necessità di rimediare alla cattiva qualità degli strumenti didattici in uso, inefficaci e faticosi per gli allievi (c. 89r.). La parte iniziale della grammatica che presenta le preghiere del Salterio, insieme alle lettere dell’alfabeto, la divisione in vocali e consonanti e la scansione in sillabe, evidenzia come per Aldo Manuzio l’istruzione si accompagnasse all’educazione religiosa e alla conoscenza dei buoni costumi.
Dell’edizione è conosciuto solo l’esemplare marciano, pervenuto in Biblioteca nel 1952 come dono del Ministero della Pubblica Istruzione, dopo che era stato rinvenuto nella Biblioteca del Seminario di Foligno da Camillo Scaccia Scarafoni, proveniente dalla collezione dell’erudito folignate Lodovico Jacobilli, e in un primo momento assegnato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’esemplare è, a oggi, l’unico testimone della prima stampa della grammatica latina di Aldo ed è mutilo di 4 carte (c. a3-6); è inoltre prezioso per le numerose postille autografe di Aldo Manuzio che consentono di seguire il processo di revisione critica che prese avvio dopo l’uscita dell’opera in previsione di una seconda edizione. Egli infatti in margine aggiunse, integrò, anche con inserzioni in greco, o corresse (vi sono infatti alcune cancellature) in più punti il testo, come si evince confrontando i medesimi passi con la stampa del 1501 e le successive.
A c.f8v (=44v.) è presente una nota di possesso «huic libro studui ego qui noncupor Ioan Maria Pecci florianensis», di epoca tardo cinquecentesca.
La legatura, rifatta in pelle, è di epoca novecentesca.
Bibliografia di riferimento:
- John Bateman, Aldus Manutius’ Fragmenta Grammatica, «Illinois Classical Studies», 1 (1976), pp. 226-261
- Filippomaria Pontani, Preghiere, parafrasi e grammatiche: il Credo e L’Ave Maria di Marco Musuro, «Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance», 76 (2014), pp. 325-340
- Matteo Venier, Nota Manuziana, «Lettere Italiane», 56 (2004), n. 4, pp. 618-653
Tiziana Plebani
Pietro Bembo, De Aetna dialogus, Venezia, Aldo Manuzio, 1495.
La prima edizione del De Aetna di Pietro Bembo (1470-1547), finanziata verosimilmente dalla famiglia Bembo – edizione particolarmente rilevante anche per l’attività della tipografia aldina – vide la luce nel febbraio del 1496 (la data è espressa more veneto).
L’opuscolo, di sole trenta carte, è dedicato all’amico Angelo Gabriele, compagno di studi del Bembo a Messina e a Padova. Si tratta in effetti di un’opera minore dal punto di vista letterario: essa narra, in forma di dialogo tra Pietro e il padre Bernardo, il viaggio dello stesso Bembo in Sicilia, ove si era recato per apprendere il greco e si sofferma in particolare sull’ascesa all’Etna; il dialogo fornisce il pretesto per una serie di citazioni dotte di classici latini e greci.
L’edizione è la prima in lingua latina di Aldo e per essa fu utilizzato per la prima volta il carattere romano tondo, detto poi ‘Bembo’ (R4: 114), realizzato da Francesco Griffo e per il cui disegno si suppone coinvolto lo scriba Bartolomeo Sanvito o qualcun altro dei copisti di professione che lavorarono per la biblioteca di Bernardo Bembo.
La gran parte degli esemplari di questa aldina presenta un’ulteriore caratteristica, che non manca neppure in una delle due copie marciane: nell’interlinea sono presenti alcuni interventi manoscritti. Si tratta in parte di semplici correzioni di refusi, in parte di varianti d’autore. Il secondo esemplare marciano (Aldine 380) ha solo uno di questi interventi a c. A2r l.8, che peraltro è un semplice refuso.
La stampa infatti, fu certamente realizzata sotto la stretta sorveglianza dell’autore; appare chiaro che – per correggere gli ultimi refusi o ripensamenti – si sia proceduto a integrare sistematicamente a mano le copie già prodotte. L’edizione successiva dell’opera, datata 1530 ed edita da Giovanni Antonio Nicolini da Sabbio, ancora vivente il Bembo, recepisce quasi del tutto queste correzioni.
Ben due esemplari conservati presso la University Library di Cambridge e presso la Biblioteca Estense di Modena, presentano le medesime correzioni, che sono state ricondotte alla mano dello stesso Pietro Bembo.
Tale particolarità dell’edizione, dunque, getta luce sulle pratiche di stampa e composizione nella bottega tipografica di Aldo e sui rapporti tra Manuzio stesso e gli autori di cui dava alle stampe le opere.
Bibliografia di riferimento:
- Curt Ferdinand Bühler, Manuscript Corrections in the Aldine Edition of Bembo’s De Aetna, «Papers of the Bibliographical Society of America», 45 (1951), pp. 136-142
- Elisa Curti, Scheda I.12, in Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento, a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Adolfo Tura, catalogo della mostra (Padova, Palazzo del Monte di Pietà 2 febbraio – 19 maggio 2013), Venezia, Marsilio, 2013, pp. 106-109
- Bianca Maria Mariano, Il De Aetna di Bembo e le varianti dell’edizione del 1530, «Aevum», 65 (1991), 3, pp. 441-452
Elisabetta Sciarra
Alessandro Benedetti, Diaria de bello Carolino, Venezia, Aldo Manuzio, [dopo il 27 agosto 1496]
Alessandro Benedetti, autore del De bello Carolino, nato a Legnago nel 1450 circa, e morto a Venezia nel 1512, studia presso lo Studio di Padova e, dal 1490, regge la cattedra di medicina pratica e di anatomia nella stessa città. Autore di opere mediche di notevole interesse, pubblicate e studiate in Italia ed oltralpe, è considerato il fondatore della Scuola anatomica di Padova: a lui si devono la realizzazione del primo teatro anatomico smontabile e l’estensione delle autopsie, prima riservate ai cadaveri dei giustiziati, a quelli degli ammalati. Nel 1495 gli viene affidato l’incarico di medico capo dell’esercito della lega conclusa tra Venezia, Lodovico il Moro, il Papa, la Spagna per contrastare la spedizione di Carlo VIII in Italia. Egli assiste in prima persona agli avvenimenti della Battaglia di Fornovo e del successivo assedio di Novara. Durante il corso di questa campagna egli redige questa rapida relazione, quasi certamente su commissione delle autorità veneziane, come si evince dall’epistola a Sebastiano Badoer e a Girolamo Bernardo stampata alla fine dell’opuscolo.
Utilizzando un’oratoria elegante di stampo umanistico, Benedetti fa parlare direttamente i protagonisti della vicenda, tra cui Ludovico Sforza e Carlo VIII, fino a dare alla figura di quest’ultimo una sostanziale dignità, nonostante la sconfitta.
Il tono dell’operetta è propagandistico: l’autore si impegna nell’esaltazione del contributo militare veneziano, trasformando l’incerto risultato della battaglia in una vittoria netta della Lega.
Tuttavia essa si annovera tra le fonti principali su questo importante avvenimento, di cui descrive con molti particolari il saccheggio dei bagagli francesi, gli orrori del campo disseminato di morti, la ritirata dei Francesi ad Asti. Si rivela fonte insostituibile per la parte riguardante l’assedio di Novara.
L’opera venne tradotta per la prima volta in italiano da Ludovico Domenichi e pubblicata a Venezia da Gabriel Giolito de Ferrari nel 1549.
In Renouard l’edizione è elencata tra quelle non datate, ma la dedica presente in fine termina: Venetiis M.IIIID. Sexto Cal. Septembres. L’attribuzione alla tipografia di Aldo è fatta sulla scorta delle caratteristiche tipografiche che l’accomunano all’edizione contemporanea del De Aetnadi Pietro Bembo. Fino al 1496 Aldo aveva pubblicato soltanto classici greci, fatta eccezione per l’operetta del Bembo, in latino, già menzionata. Si tratta quindi di un fatto nuovo nella sua politica editoriale, segno dell’interesse per la storia contemporanea nutrito da Aldo stesso e dai suoi potenziali lettori.
Il testo subì molti interventi di correzione in corso di stampa. Nell’esemplare marciano oltre a correzioni a stampa di errori grossolani, si rinvengono numerose rettifiche manoscritte, in comune con molte altre copie, redatte dalla stessa mano, apportate nell’officina tipografica prima della commercializzazione.
L’esemplare marciano, proveniente dal legato di Girolamo Ascanio Molin, segnato volume n. 212, è conservato in una legatura settecentesca in pelle su assi in cartone. I piatti presentano ai bordi un doppio filetto ornamentale impresso a secco. Il dorso, a cinque comparti, è arricchito da un tassello in pelle verde con autore, titolo e dati di stampa impressi in oro. Guardie e controguardie sono in carta marmorizzata.
Bibliografia di riferimento:
- Alessandro Benedetti, Diaria de Bello Carolino (Diary of the Caroline War), edited with introduction, translation, and notes by Dorothy M. Schullian, New York, Frederick Ungar, 1967
- Mario Crespi, Benedetti, Alessandro,in Dizionario Biografico degli Italiani, 8 (1966), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, pp. 244-247
- Tiziana Pesenti, Professori e promotori di medicina nello Studio di Padova dal 1405 al 1509: repertorio bio-bibliografico, Trieste, LINT, 1984, pp. 48-52
Maria Grazia Negri
Aristoteles, Opera, Venezia, Aldo Manuzio, 1495-1498
L’editio princeps dell’intera Opera di Aristotele (384-322 a. C.) in cinque volumi, editi tra il 1495 e il 1498, comprende il corpus di Aristotele – a eccezione della Poetica e della Retorica – e quello di Teofrasto, tranne i Caratteri. Si tratta della prima opera completa uscita dall’officina di Aldo Manuzio. Dedicata ad Alberto Pio principe di Carpi (1475-1550), l’edizione rispecchia il programma culturale di Aldo di pubblicare per la prima volta il testo del filosofo in greco, nello stesso periodo in cui all’Università di Padova si abbandonava la lettura della vulgata averroistica, in favore del testo originale, spiegato per la prima volta da Niccolò Leonico Tomeo. L’edizione verrà sostituita definitivamente solo nel secolo XIX, con quelle di I. Bekker e J. G. Schneider.
Collaborarono a dare in luce questa monumentale edizione Alessandro Bondeni, Scipione Forteguerri, Alessandro Cavalli, Thomas Linacre, Gabriele da Brisighella, Giustino Decadio, Niccolò Leoniceno, Lorenzo Maioli. È noto che almeno un codice fu realizzato per essere utilizzato in tipografia: si tratta del manoscritto della Harvard University, Houghton Library Gr.7. Copiato nella cerchia manuziana da quattro scribi, esso è il risultato della copia di almeno sei o sette differenti antigrafi; ma questo codice non fu sicuramente l’unico exemplar: gli studi hanno dimostrato che furono impiegati anche altri codici, tra cui il Par. Suppl. gr. 212 e il Par. gr. 1848 ora alla Bibliothèque Nationale de France, il manoscritto di Bern, Burgerbibliothek, Bern. 402. Quest’ultimo codice, utilizzato da Aldo per il testo di alcune opere di Aristotele e per quelle di Teofrasto, è particolarmente rilevante laddove si consideri che esso fu trascritto da quello stesso Niccolò Leonico Tomeo che lesse il corpus aristotelico in greco nello Studio di Padova.
Il carattere utilizzato per la stampa è il primo greco di Aldo (Gk1), disegnato da Francesco Griffo sulla base della scrittura del copista di professione Immanuel Rhousotas. Alcuni esemplari furono stampati anche su pergamena.
L’esemplare marciano (Aldine 113-118), è risultato da un assemblaggio di volumi provenienti da collezioni diverse. Il primo volume (Aldine 113) appartenne all’umanista pavese Giovanni Battista Rasario (1517-1578). I volumi secondo, terzo e prima parte del quarto (Aldine 114-116) appartennero a Gianfrancesco Mussato – la cui mano, che intervenne copiosamente nei margini, si riconosce per confronto paleografico con gli autografi conservati presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di Padova. I libri di Gianfrancesco Mussato furono visti nella biblioteca di Apostolo Zeno dal biografo del Mussato stesso, l’abate Giuseppe Gennari; i tre tomi mostrano le note crittografiche manoscritte riconducibili alla provenienza zeniana. Inoltre, come risulta dal catalogo della sua biblioteca, Marc. It. XI, 289-293 (=7273-7278), Apostolo Zeno dovette possedere l’intera edizione aristotelica, e non solo i tre volumi rimasti. Come è noto, Apostolo Zeno donò la propria raccolta libraria al Collegio del Santissimo Rosario alle Zattere, attraverso il quale la gran parte di essa approdò alla Marciana.
La seconda parte del quarto volume (Aldine 117) fu, infine, di un postillatore anonimo, forse di origine transalpina; nulla si conosce circa la provenienza del quinto volume (Aldine 118).
In Marciana si trova anche un secondo esemplare della seconda parte del quarto volume, che fu del cardinale Mario Marefoschi (Aldine 99); ed è da credere che di esemplari – almeno parziali – dell’edizione ve ne dovettero essere anche altri – forse dispersi per scambio e vendita di doppi – giacché un esemplare della prima parte dello stesso quarto volume olim marciano è oggi conservato presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (16. M. I. 17).
Bibliografia di riferimento:
- Martin Sicherl, Handschriftliche Vorlagen der Editio princeps des Aristoteles,in Griechische Erstausgaben des Aldus Manutius. Druckvorlagen, Stellenwert, kultureller Hintergrund, Padeborn – München- Wien -Zürich, Ferdinand Schöningh, 1997, pp. 31-113
Elisabetta Sciarra
Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, Aldo Manuzio, 1499
Il Poliphilo gode oggi di grande e universale apprezzamento e notorietà, grazie al fatto che testo e immagini corrono strettamente intrecciati lungo i fogli, in una euritmia della pagina che rende il volume un emblema del Rinascimento. L’edizione non ebbe grande successo nel mercato coevo, ma la sua bellezza e il mistero che la pervade l’hanno resa attraente agli occhi dei posteri. Il Poliphilo è enigmatico ed ermetico per molti versi: nella lingua, nella storia, nell’identificazione stessa dell’autore del testo, nella possibilità di riconoscere l’autore dei disegni e gli intagliatori delle xilografie. Anzitutto singolare e anomalo è il fatto che il nome di Aldo e la data «Venetiis mense decembri M.ID. In aedibus Aldi Manutii, accuratissime» compaiono unicamente in calce all’errata corrige finale. La dedica iniziale, inusualmente estranea al Manuzio, è del veronese Leonardo Grassi, verosimilmente il finanziatore, rivolta a Guidobaldo di Montefeltro duca d’Urbino. Il carattere tipografico romano minuscolo e maiuscolo, le iniziali xilografate, e il gusto nella composizione della pagina dichiarano comunque l’autorità di un’edizione aldina.
La Hypnerotomachia di Poliphilo, cioè pugna d’amore in sogno. Dov’egli mostra, che tutte le cose humane non sono altro che Sogno, et dove narra molt’altre cose degne di cognitione: questa è la traduzione del titolo nella riedizione corretta che gli eredi di Aldo fecero uscire nel 1545, avendo mantenuto la possibilità di stampare con i medesimi legni che si erano conservati almeno nella maggior parte. La storia corre, divisa in due libri, lungo il filo di una vicenda amorosa costellata di divagazioni e ambientazioni diverse, intrisa di citazioni, come nelle opere narrative di Boccaccio – quali il Filocolo, l’Ameto, il Filostrato -, o in novelle coeve, ma secondo vicende particolarmente intrecciate a significati oscuri, emblemata e rinvii ermetici. I luoghi dell’Amore costituiscono tappe in un cammino sapienziale. La lingua è un volgare venato di latinismi e grecismi, nel quale si sono volute riconoscere declinazioni venete.
Per l’autore della narrazione, letto l’acrostico formato dalle lettere iniziali dei capitoli, a partire dal Settecento si è proposta l’autorità di Francesco Colonna, domenicano residente a Venezia ai Santi Giovanni e Paolo. Non mancano ipotesi diverse – fra’ Eliseo da Treviso, un ipotetico Francesco della famiglia Colonna romana – percorse attraverso una pluralità di riscontri verificati all’interno del testo intricato e sulla scorta della vastità delle conoscenze antiquarie che vi si rilevano. L’autore del testo dovette suggerire anche parte delle figurazioni, mirabili anche nell’intaglio. Fra gli autori dei disegni per le xilografie emerge oggi il riferimento a Benedetto Bordon, o piuttosto all’abilissimo Secondo Maestro del Canzoniere Grifo. Si tratta comunque di una concezione vicina a quella del disegnatore che si occupò dei margini nel manoscritto corviniano contenente la versione latina del trattato d’architettura del Filarete, che negli anni Novanta si trovava presso il convento dei Santi Giovanni e Paolo, e fu poi marciano.
L’esemplare marciano è tirato su carta normale e non postillato (se si eccettuano pochi interventi abrasi ai ff. r1r, 2r). La coperta è stata sostituita nel 1908, con una nuova realizzata sullo stile Maioli dall’esperto legatore d’arte Vittorio De Toldo.
Bibliografia di riferimento:
- Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, edizione critica e commento a cura di Giovanni Pozzi e Lucia A. Ciapponi, Padova, Antenore, 1964 (e aggiornamento 1980)
- Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, con traduzione e commento a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, Milano, Adelphi, 2004
Susy Marcon
Caterina da Siena, Epistole deuotissime, Venezia, Aldo Manuzio, 1500
Nel febbraio 1495 era stato ottenuto un privilegio per la stampa delle Epistole cateriniane da parte di Girolamo Biondo e Giovanni Battista, al quale non seguì l’edizione. Cinque anni più tardi, la stampa fu effettuata da Aldo che si procurò diverse copie del testo per poter dare ai torchi una versione corretta. Si conserva autografa la ricevuta per il prestito di tali volumi, del 17 aprile 1499 (Marc. It. XI, 207, come quinta parte dopo quattro altri lacerti acquistati da fonti diverse sulla fine dell’Ottocento). Il documento ci dice come Aldo ottenne per conto di Margherita vedova di Peter Ugleimer, e attraverso Antonio Condulmer, contro pegno e la promessa di 10 copie della prossima stampa, il prestito di quattro codici e uno stampato contenenti le Epistole, da un monastero veneziano verosimilmente domenicano. A Venezia i Domenicani, in particolare nel convento delle Mantellate del Corpus Domini e nello stesso maggiore convento ai Santi Giovanni e Paolo, osservavano il culto di Caterina, affermatosi nelle lagune sin dal primo Quattrocento, ancor prima della canonizzazione, grazie all’apostolato del senese Tommaso D’Antonio Caffarini. Avendo ottenuto dal Senato veneziano il privilegio decennale (del 23 luglio 1500), Aldo Manuzio il 15 settembre 1500 finì di stampare il testo volgare delle Epistole nella versione curata dal frate Bartolomeo Alzano. A stampa conclusa, Aldo antepose al testo la propria introduzione, consapevole e pia, rivolta al cardinale Francesco Piccolomini, nipote del futuro papa Enea Silvio, e portante la data del 19 settembre.
Un medesimo gusto di sobrietà classica nel soggetto e nell’intaglio accomuna la xilografia a piena pagina con santa Caterina stante (c. 10v) ai fogli del Poliphilo e ad altre illustrazioni veneziane, quali le figure riferite al disegno di Benedetto Bordon inserite nelle Regulae monasticorum, stampate da Lucantonio Giunta nell’aprile del 1500. La sapienza compositiva dei torchi di Aldo seppe inserire entro gli spazi della figurazione alcuni inserti tipografici con motti legati alla santa, fra i quali si individua il primo comparire del corsivo, un’anticipazione di quello che diventerà il carattere fondamentale per gli enchiridi aldini degli anni successivi. La xilografia, non siglata dall’intagliatore, mostra una versione umanistica dell’iconografia nota relativa alla santa, come compare in precedenti raffigurazioni veneziane. Santa Caterina da Siena è vestita del mantello domenicano e caratterizzata dagli attributi del cuore, del crocefisso accompagnato da gigli, ramo di palma e dal libro, con la triplice corona portata dai due angeli nell’alto. Rispetto alla figura del frontespizio delle Epistole cateriniane stampate a Bologna da Fontanesi nel 1492 Caterina ha perduta l’identificazione iconografica con la Vergine di Misericordia. Il volume bolognese editava solo 31 lettere rispetto alle 368 dell’uscita aldina.
Sono due gli esemplari conservati presso la Biblioteca. Nella segnatura Aldine (Aldine 36) si trova quello già appartenuto ad Apostolo Zeno, che fu riunito alle collezioni del Collegio del Santissimo Rosario prima di giungere alla Marciana; portava una coperta in pergamena floscia, oggi conservata staccata dal volume. È collocato in 387 D 23 l’esemplare delle raccolte di Girolamo Ascanio Molin, oggi mancante del foglio con la xilografia figurata.
Bibliografia di riferimento:
- Henri D. Saffrey, Les images populaires des saints dominicains à Venise au XVe siècle et l’édition par Alde Manuce des “Epistole” de sainte Catherine de Sienne, «Italia medievale e umanistica», XXV, (1982), pp. 241-312
- Ennio Sandal, Note di bibliografia cateriniana a margine della edizione aldina delle Epistole, «Miscellanea marciana», XIII, (1998), pp. 171-183
Susy Marcon
Francesco Petrarca, Le cose volgari, Venezia, Aldo Manuzio, 1501
Nel colophon dell’edizione de Le cose volgari di Petrarca, Aldo Manuzio dichiara che fu tratta «con sommissima diligenza dallo scritto di mano medesima del Poeta, havuto da M. Pietro Bembo», volendo con ciò sottolineare l’autorevolezza della fonte manoscritta e il prestigio dello studioso che aveva collaborato alla cura del testo, aggiungendo per gli esemplari stampati in pergamena «dallui doue bisogno è stato, riueduto et racconosciuto».
L’edizione aldina, che unisce il Canzoniere e i Trionfi del Petrarca (1304-1374), curata da Bembo, suscitò immediate voci di disaccordo, se non di scontento, tali da indurre il Bembo stesso a spiegare e a difendere il proprio lavoro attraverso le parole di Manuzio nella lunga dedica «Aldo a gli lettori» posta nell’ultimo fascicolo e quindi aggiunta già in corso di stampa, in cui si legge: «io mi credea per certo havere a bastanza dato fede della correttione di questo libro […] sono alcuni che dicono non essere perciò così compiutamente corretta questa forma che io v’ho data». Il manoscritto autografo del Petrarca (ora Vat. Lat. 3195) non comprendeva il testo dei Trionfi, ma fu sicuramente consultato dal Bembo per la redazione del proprio autografo (ora Vat. Lat. 3197) usato poi per la stampa aldina. Dall’autografo del Petrarca il Bembo si discostò soprattutto per la regolarizzazione delle grafie latineggianti, per i troncamenti e le elisioni, ma il suo lavoro rappresentò un modello di stile formale e linguistico per secoli.
Il Canzoniere fu la prima opera in volgare stampata nel bel carattere corsivo (I1:80) ideato dal bolognese Francesco Griffo, già usato da Manuzio per l’opera di Virgilio nell’aprile del 1501, ma apparso per la prima volta a segnare le parole «iesu dolce / iesu amore» nella xilografia che raffigura la santa Caterina nelle Epistole devotissime uscite nel 1500.
L’esemplare marciano appartenne a Camillo Capilupi di Grado (1504-1547), per breve tempo allievo di Aulo Giano Parrasio a Roma e consigliere di Isabella d’Este, duchessa di Mantova, nonché segretario particolare di Francesco II Gonzaga. Capilupi segnò tre volte l’esemplare con la propria nota di possesso (carte a1r, A7v e II° guardia posteriore), con alcune note personali sulla vita della corte e della città di Mantova (carte di guardia e contropiatti), ma soprattutto annotò diverse lezioni nel Trionfo d’amore e nel Trionfo della morte. Capilupi probabilmente esemplò l’edizione aldina sul manoscritto contenente i soli Trionfi e appartenuto alla collezione familiare, che si conservò pressoché integra fino agli anni Trenta del secolo scorso, quando il Ministero dell’Educazione Nazionale ne acquistò una parte consistente, assegnando i manoscritti alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e distribuendo gli stampati a varie biblioteche statali: alla Marciana fu assegnata l’aldina del Petrarca il 13 giugno del 1932.
Bibliografia di riferimento:
- Juan Adrés, Catalogo de’ codici manoscritti della famiglia Capilupi, Mantova, presso la Società all’Apollo, 1797, p. 57
- Giuseppe Frasso, Appunti sul “Petrarca aldino” del 1501,in Vestigia. Studi in onore di Giuseppe Billanovich, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1984, pp. 315-336
- Sandra Giarin, Petrarca e Bembo: l’edizione aldina del ‘Canzoniere’, «Studi di filologia italiana», 62 (2004), pp. 161-193
- Sara Cirasola, La Biblioteca della famiglia Capilupi di Mantova: un tentativo di ricostruzione, «Culture del Testo e del Documento», 10, n.30 (set.-dic. 2009), pp. 103-145
Orsola Braides
Dante Alighieri, Le Terze rime, Venezia, Aldo Manuzio, 1502
Con Le Terze rime proseguiva la lunga collaborazione che Aldo Manuzio aveva stretto con Pietro Bembo, avviata già al tempo della prima edizione uscita dalla tipografia aldina, gli Erotemata di Costantino Lascaris. Il sodalizio aveva modo di rinsaldarsi ulteriormente col progetto degli ‘enchiridion‘, i libri in ottavo dedicati alla grande letteratura latina e italiana e stampati col carattere corsivo. Dopo la cura dei testi volgari del Petrarca, usciti nel luglio del 1501, Bembo si cimentava con il grande capolavoro dantesco, grazie alla possibilità di accedere a una fonte assai preziosa: il codice della Commedia donato da Boccaccio a Petrarca e presente nella ricchissima biblioteca del padre Bernardo. Da questo codice (ormai ampiamente identificato nel Vat. Lat. 3199 che fu poi proprietà di Fulvio Orsini), esemplato da un copista a Firenze intorno alla metà del XIV secolo e giunto nelle mani del Petrarca tra il 1351 e il 1353, Pietro Bembo approntò una copia di sua mano, l’attuale Vat. Lat. 3197, durante un soggiorno nella villa di Ercole Strozzi presso Ferrara, dal 6 luglio 1501 al 26 luglio 1502. Bembo operava con questa edizione una decisa rottura nel solco della tradizione della stampa della Commedia, già a partire dal titolo Le terze rime e ancor più con la scelta, certamente condivisa da Aldo, di sbarazzarsi del commento di Cristoforo Landino che si era imposto come imprescindibile accompagnatore del testo dantesco a partire dalla prima edizione fiorentina del 1481. Il testo di Dante fu restituito alla sua vocazione narrativa e alla capacità di avvincere il lettore grazie al formato tascabile, alla mise en page dagli ampi margini e soprattutto attraverso la soppressione degli apparati storico-filologici e della lezione interpretativa. Una restituzione resa possibile inoltre dagli interventi di Bembo sull’interpunzione, sull’ortografia, sugli accenti. Abolì le abbreviazioni e soprattutto agì sul testo ridonandogli l’originale timbro trecentesco. Fu dunque un’operazione radicale assunta da Bembo con piena responsabilità che Aldo riconobbe evitando, come era per lui usuale, di premettere dediche o prefazioni. Questa ostentata rottura della tradizione incontrò subito vivaci opposizioni, specie a Firenze, come appare confrontando l’edizione giuntina del 1506, tuttavia la Commedia nella versione di Bembo si impose affermando la linea di riforma della lingua volgare e conquistando i lettori per la bellezza dell’edizione.
Nel verso della prima carta Aldo inserì il sottotitolo esplicativo: «Lo ‘nferno e ‘l Purgatorio e ‘l Paradiso di Dante Alaghieri».
Nell’esemplare marciano, che presenta un’elegante legatura in pelle colorata di rosso con controguardie e guardie di carta marmorizzata a pavone e tagli dorati e goffrati della fine del XIX o inizio del XX secolo, l’ultima carta è stata strappata, con la perdita di parte del testo e di gran parte del colophon.
L’esemplare appartiene alla variante priva di marca tipografica nel verso dell’ultima carta.
Nel verso della prima carta nota manoscritta forse di un possessore: Brunaccione; in più parti del testo nei margini una mano (XVI secolo?) ha disegnato manicule e apposto altri segni distintivi di brani e qualche parola.
Bibliografia di riferimento:
- Leonella Coglievina, Lettori della Commedia: le stampe,in «Per correr miglior acque…»: bilanci e prospettive degli studi danteschi alle soglie del nuovo millennio, I-II,Atti del convegno internazionale di Verona-Ravenna, 25-29 ottobre 1999, Roma, Salerno editrice, 2001, vol. 1, pp. 325-370
- Massimo Danzi, La biblioteca del cardinal Pietro Bembo, Genève, Droz, 2005
- Angelo Eugenio Mecca, La tradizione a stampa della “Commedia”: dall’aldina del Bembo (1502) all’edizione della Crusca (1595), «Nuova Rivista di letteratura Italiana», XVI, 1-2 (2013), pp. 9-59
- Fabio Romanini, Manoscritti e postillati dell’«antica vulgata»,in Nuove prospettive sulla tradizione della «Commedia». Una guida filologico-linguistica al poema dantesco, a cura di Paolo Trovato, Firenze, Franco Cesati, 2007, pp. 59-60
Tiziana Plebani
Athenaeus Naucratita, Δειπνοσοφισταί (Deipnosofisti), Venezia, Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 1514.
Ateneo (II-III secolo d.C.) scrittore greco di Naucrati in Egitto, è autore dell’opera Deipnosofisti o Dotti a banchetto redatta tra il 193 e il 197 e confermatasi come una straordinaria fonte per la conoscenza della cultura greca. Il modello del simposio adottato dal compilatore offre l’occasione al nutrito gruppo di sapienti convitati di esibire un’enciclopedica erudizione, depositaria di preziose informazioni letterarie, storiografiche e di antiche memorie grazie alle quali si è conservata traccia di autori e opere della civiltà ellenica altrimenti perduti.
La pubblicazione del testo greco era da lungo tempo in gestazione nel progetto editoriale manuziano, come testimonia la prova di stampa datata agli inizi del 1498, conservata in unica copia nella Pierpont Morgan Library di New York (ISTC ia01175000); tuttavia l’editio princeps di Ateneo uscirà dall’officina aldina a cura di Marco Musuro (ca. 1475-1517) soltanto nell’agosto 1514, insieme al Lessico di Esichio: ultimi due autori greci che coronano la ventennale impresa dello stampatore.
L’opera di Ateneo in 15 libri è tramandata nella versione plenior da un manoscritto del X secolo pervenuto mutilo, il Marc. gr. Z. 447 (=820). Il cretese Marco Musuro, curatore e collaboratore della bottega aldina, per la restituzione del testo greco utilizzò un apografo del codice marciano, reintegrando i libri mancanti (i primi due e parte del terzo) con un’epitome, come riferisce Aldo stesso nell’epistola dedicatoria alla carta A1v.
L’edizione è dedicata da Manuzio a Janos Vértesy, umanista ungherese allievo a Venezia dell’illustre filologo Musuro. Nel frontespizio alla carta A1r il titolo in latino – ATHENAEVS – è seguito da un sommario in corsivo greco elegantemente disposto in due piramidi a figurare una sorta di clessidra; al di sotto la celebre marca dell’impresa con l’ancora, il delfino e la scritta «Aldus M.R.» in cornice di doppio filetto (Fletch. f4; A3c.) completa l’equilibrata composizione della prima pagina. La pubblicazione in folio in carattere greco (Gk3:90), corsivo (I1:80) e romano (R6) si presenta in una veste tipografica accurata e sapiente, nella quale forme misurate e arte della stampa testimoniano dell’originalità del manufatto aldino.
L’esemplare marciano sul frontespizio reca una nota di possesso, armoniosamente inserita con grafia posata nello spazio tra l’ampio sommario redatto da Musuro e la marca tipografica di Aldo; l’annotazione, ripetuta identica sul colophon, recita «Collegij Societatis Jesu Heiligenstadij A° 1595», attestando l’uso di questo libro sullo scorcio del XVI secolo presso il Seminario dei Gesuiti di Heiligenstadt, nella Germania centrale.
Sull’angolo destro del margine inferiore del frontespizio è visibile un’altra breve nota di possesso «Jo. Grammii» di mano del bibliofilo e bibliotecario danese Hans Gram (1685-1748), la cui collezione di circa 24.000 libri, messa all’asta dopo la morte, approdò in varie raccolte pubbliche e private.
L’esemplare con legatura del secolo XVIII in pergamena rigida conserva sul contropiatto anteriore l’ex libris marciano settecentesco inciso da Zucchi e due antiche segnature (CXIV.10; CXIV.8*): questi due ultimi dati situano l’ingresso del volume nella Libreria di San Marco con molta verosimiglianza entro la fine del Settecento.
Bibliografia di riferimento:
- Harry George Fletcher, NewAldine studies : documentary essays onthelifeandwork of Aldus Manutius,San Francisco, B. M. Rosenthal, 1988
- Anna Lucia Di Lello-Finuoli, Per la storia del testo di Ateneo, in MiscellaneaBibliothecaeApostolicae Vaticanae, 7, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2000, pp. 129-182
- Luigi Ferreri, Marco Musuro, Turnhout, Brepols, 2014, pp. 179-192
- Benoît Louyest, L’épitomé du Banquet des sophistes d’Athénée, «Rursus», 8 (2012), http://rursus.revues.org/1045 (consultato il 30 luglio 2015)
Saida Bullo
Hesychius Alexandrinus, Λεξικόν. Dictionarium, Venezia, Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 1514
Editio princeps del Lessico di Esichio (sec. V. d.C.), autore del più ampio e importante lessico dell’antichità classica in cui vengono registrati in ordine alfabetico oltre cinquemila lemmi, composti per lo più da parole rare tratte principalmente dal linguaggio poetico e da quello dialettale (tra le sue fonti i grammatici Erodiano, Aristarco di Samotracia, Arpione, Eliodoro e, soprattutto, Diogeniano di Eraclea). Il testo, impaginato su due colonne, è preceduto dalla dedica di Aldo a Gian Giacomo Bardellone (1472-1527), erudito e matematico, attivo alla corte di Mantova, «Graece et Latine doctissimus […] longe peritissimus», a ringraziamento per la liberalità dimostrata nel concedergli il manoscritto, codex unicus, in prestito «ut daretur imprimendus impressoribus nostris… ut fiat communis studiosis omnibus, etiam posteris». Il codice, databile al terzo decennio del XV sec., è l’attuale Marc. Gr. Z. 622 (=851) che pervenne alla Biblioteca Marciana soltanto nel 1734 a seguito della donazione del patrizio veneziano Giambattista Recanati (1687-1734).
L’edizione fu curata da Marco Musuro, erudito, collaboratore di Aldo per i testi greci, il quale intervenne direttamente sul codice senza ricavarne un apografo, con correzioni nella successione alfabetica dei lemmi, accenti sbagliati, errori grammaticali e con spiegazioni marginali e interlineari. L’uso dell’originale e i numerosissimi interventi correttivi, da datare tra il 1509 e il 1514 (Speranzi, 2013), furono anzi abbastanza criticati.
La scelta di stampare il Dictionarium documenta ancora una volta l’interesse di Aldo per l’aspetto didattico della propria attività: accanto a opere letterarie, infatti, fin dal 1495 si preoccupò di pubblicare anche gli strumenti utili agli studiosi per la conoscenza della lingua greca.
La storia stessa del testo può essere poi considerata testimone dell’evolversi della sua attività tipografica e di come fossero progredite nel tempo le tecniche dei curatori e l’esperienza dei compositori. Mettendo infatti a confronto questa ultima copia di stamperia con versioni precedenti, è possibile verificare come le numerosissime e complesse correzioni di Musuro siano state tuttavia eseguite e ripetute esattamente dai compositori (Lowry, 1984).
La marca tipografica dell’ancora e il delfino corrisponde a Fletcher, nr. 2.
Sulle prime 4 cc. di ogni fascicolo, tre nell’ultimo, sul margine inferiore è stampato il nome dell’autore, in forma estesa o più frequentemente abbreviata “Hesych”. Il carattere è il greco corsivo.
Filigrane: àncora inscritta in un cerchio (cc. c1, B4) del tipo Briquet 479, con contromarca di lettere (cc. a7, b2) e corona a diadema con croce sovrapposta del tipo Briquet 4890-4902 (cc. f3, g7, h6, i2) di provenienza veneziana.
L’esemplare marciano, la cui provenienza in Biblioteca non è nota, presenta letterine d’attesa per iniziali mai eseguite e una legatura del sec. XVIII in tutta pergamena rigida con un tassello sul dorso con autore, titolo, tipografo e data impressi in oro; capitelli eseguiti a mano con fili colorati e segnalibro in tessuto verde; tagli rustici.
Bibliografia di riferimento:
- Martin Lowry, Il mondo di Aldo Manuzio: affari e cultura nella Venezia del Rinascimento, Roma, il Veltro, 1984, pp. 320-321
- Harry George Fletcher, New Aldine studies : documentary essays on the life and work of Aldus Manutius, San Francisco, B. M. Rosenthal, 1988
- David Speranzi, Marco Musuro. Libri e scrittura, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2013, p. 284
- Luigi Ferreri, Marco Musuro, Turnhout, Brepols, 2014, pp. 174-178
Elisabetta Lugato





